Tech

Le agenzie spaziali cercano di impedire agli astronauti di perdere la vista

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sta cercando di capire perché gli astronauti perdono la vista nello spazio, con l’obiettivo di trovare un modo per trattare o persino prevenire questa condizione. Le imminenti missioni spaziali di lunga durata, infatti, aumentano il rischio di danni permanenti alla vista.

Per affrontare questa sfida, l’ESA ha incaricato la startup britannica Siloton, specializzata in scanner oculari, di sviluppare una soluzione innovativa. Questa tecnologia sarà cruciale in vista dei voli internazionali Artemis verso la Luna e di altre missioni nello spazio profondo. Siloton utilizza la tecnologia quantistica per miniaturizzare i componenti chiave delle apparecchiature per esami oculistici, tipicamente presenti negli studi degli optometristi, facendoli entrare in un chip fotonico più piccolo di una moneta.

Fondata da fisici nel 2020, Siloton collabora già con il Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito per consentire ai pazienti con patologie retiniche di auto-eseguire gli esami a casa. “L’ESA ha requisiti sostanzialmente identici”, afferma Euan Allen, cofondatore e Chief Technology Officer di Siloton. “È semplicemente un ambiente totalmente diverso.”

La sindrome neuro-oculare associata al volo spaziale (SANS) è un insieme di alterazioni a occhi e cervello causate dalla permanenza prolungata in un ambiente a bassa gravità. Secondo la NASA, colpisce circa il 70% degli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Un caso emblematico è quello dell’astronauta NASA John Phillips, partito per la ISS nel 2005 con una vista perfetta (20/20) e tornato sei mesi dopo con una vista di 20/100, considerata una moderata compromissione visiva. Durante la sua missione, i fluidi corporei, non ostacolati dalla gravità, si sono accumulati nella sua testa, comprimendo i bulbi oculari, gonfiando il nervo ottico e spingendo in avanti la retina.

Sebbene il ritorno sulla Terra possa in parte invertire alcuni dei danni, le agenzie spaziali sono preoccupate sia per il rischio operativo che gli astronauti perdano la vista a metà missione, sia per gli impatti sulla salute a lungo termine. “La SANS è un grave rischio per la salute degli astronauti nelle missioni di lunga durata”, afferma Rebecca Evernden, direttrice dell’Agenzia Spaziale del Regno Unito. Gli ingegneri medici mirano ad approfondire la comprensione della condizione e dei fattori scatenanti per poter gestire eventuali danni oculari, trattarli e, in ultima analisi, prevenirli del tutto.

Gli scienziati stanno già monitorando l’impatto del volo spaziale sull’occhio umano sulla ISS, utilizzando una versione modificata di un dispositivo comune negli studi optometrici che misura lo spessore degli strati nella parte posteriore dell’occhio. Tuttavia, l’attuale apparecchiatura è ingombrante e richiede la guida remota in tempo reale di esperti a terra. Con gli astronauti che viaggeranno sempre più lontano nello spazio profondo, i crescenti ritardi nella comunicazione con la Terra renderanno questa soluzione impraticabile.

Il dispositivo di Siloton consentirebbe agli astronauti di scansionare le proprie retine più frequentemente, automatizzando parte del processo e rendendo superflua l’assistenza da terra. L’ESA spera che ciò genererà più dati su qualsiasi degenerazione oculare, fornendo potenzialmente segnali di allarme precoci che indicano cambiamenti nell’occhio, anche prima che si manifestino alterazioni della vista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *